domenica 1 aprile 2012

Il mio biglietto

Respiro. Apro gli occhi e un’onda salata me li richiude all’istante. Do un paio di bracciate; non ho mai imparato lo stile libero alla perfezione: nell’acqua sono un disordinato, ma galleggio, e ho un sacco di fiato, e così mi basta.
Il fondo è scuro e gelido, mi avvicino alla riva senza quasi fermarmi e la vedo, sull’asciugamano a pois gialli. Ha gli occhiali da sole e un cappello largo, sembra uscita da un vecchio film, di quelli da non guardare mai da solo. Raggiungo la battigia, resto in piedi, il vento autunnale mi fa rabbrividire. Poggia il romanzo che sta leggendo («Dumas, si pronuncia Dumas» non son mai riuscito a dirlo, non come voleva lei) e mi guarda, divertita.
«Nessuno fa il bagno ad ottobre!» sorride, è bellissima. Mi indica un luogo che ora è lontano, lontanissimo «Non vedi? Le foglie già cadono.»

[questo raccontino è stato pubblicato mesi fa su iBiglietti. Il sito è molto carino, dategli un'occhiata.]

domenica 18 marzo 2012

2:22 AM, Anagnino

Roma di notte, da lontano, con le sue luci;
sembra che Bruci

mercoledì 15 febbraio 2012

Sogno #Å

Stanotte ho fatto un sogno. Mia bisnonna arrivava a Roma; riusciva ancora a camminare, nonostante i 97 anni che aveva quand'è morta, lo scorso gennaio. Andavamo in giro per le strade della città (giallissima, quasi ocra, o d'oro, accecante) con un taxi lungo e nero. Non son mai riuscito a vedere in volto l'autista. Lei non guardava fuori dal finestrino. Per la prima volta poi ha parlato, in un italiano perfetto, con una voce gutturale e nera: mi ha chiesto il significato di tutta quella Bellezza; io non ho saputo rispondere.
Non son più riuscito a dormire, poi.

martedì 24 gennaio 2012

Visione in rosa e nero

E’ il dodici di novembre del ****, e Roma, come al solito, sembra uscita da una delle sue cartoline, il reale dall’arte, l’originale dalla copia, o qualcosa del genere. Sull’autobus un vecchio signore non fa altro che tirarmi la manica della giacca e dirmi cose curiose, come mi ricordi me da vecchio nel passato, e, considerata la mia giovane età, non è esattamente un complimento; così gli sorrido e gli parlo, con affetto e trasporto, del tempo. Sceso in Via del Corso, mi dirigo verso Piazza Colonna: a palazzo Chigi, infatti, si sta svolgendo una riunione del Politicante dimissionario e del suo Sostituto, che qui non nominerò; la gente, fuori, aspetta l’uscita del Politicante per vederlo sconfitto, o per lanciare un ultimo insulto. Una signora sui sessanta e i capelli inequivocabilmente azzurri, di fianco a me, pare parecchio presa dalla grottesca situazione, lancia urla poco intelliggibili e ride con la sua amica e un cane di piccola taglia.
Quand’ecco che qualcosa cambia: da un luogo non definito arriva un urlo più forte degli altri, «Sta per uscire, il pelato! sta per uscire!» (curiosamente, la voce mi è parsa quella del vecchio dell’autobus) e tutti si zittiscono.
Il grande portone di palazzo Chigi si apre.
Esce, saltando, esce Giulio Migliaccio.
Raggiunge un gruppo di ragazzette festanti e firma un pugno di autografi, sorridente come il sole, vestito con i pantaloncini corti e la maglietta a maniche lunghe del Palermo (a novembre, si sa, fa freddo). Poi il Divo torna dentro il palazzo, scartando agilmente dei sorpresi giornalisti, bailando futbol con una pallina matta.

(Non troppo lontano, Totti, a casa sua, piange lacrime amare.)

sabato 29 ottobre 2011

Blue dawn

Un’altra volta, erano stati svegliati nel cuore della notte un’altra volta. Ormai tutti sapevano da dove provenissero quei rumori, e s’erano scambiati qualche sguardo preoccupato, in silenzio, quando si erano ritrovati davanti il solito edificio dalle pareti bianche. Ognuno contava i propri respiri.
Dentro stava Maurice. Aveva sognato ancora. Sognava spesso, quasi ogni notte, e la mattina dopo raccontava tutto nella sala che avevano adibito a mensa comune, per stare meno soli. Raccontava di città meravigliose sulla superficie di Marte, città talmente lontane da esser a un paio di oceani di distanza, e ne conosceva ogni viottolo e ogni angolo, e ne aveva nostalgia, e a vederlo parlare, forse, qualcuno dei presenti ci credeva, che quei posti esistessero sul serio. Narrava di meravigliosi palazzi sulle lune di Giove, e voleva prendere il telescopio e guardarli; ne aveva contato le guglie, e le riconosceva una per una. Si commuoveva poi quando parlava delle strade con delle viste meravigliose tra gli asteroidi, e con trasporto ci parlava dei ponti ancora bellissimi sui fiumi oramai secchi del pianeta rosso. A volte faceva degli incubi orribili, Maurice. Non li raccontava mai, ma la notte urlava, e aveva attacchi di panico, e dovevano andare, accendergli la luce e tranquillizzarlo per un po’. Poi si risdraiava e chiudeva gli occhi, ma in quelle notti non dormiva più.
Quella notte si erano alzati tutti perché non urlava, come al solito. C’era qualcosa di diverso.
Maurice singhiozzava. Disperato. Piangeva e a volte gli mancava il respiro. Entrarono in due, accesero la luce; Maurice stava lì, sdraiato a letto, piangeva fortissimo, ma dormiva ancora. Dormiva e piangeva, e le grosse lacrime che gli bagnavano il viso non lo disturbavano. Decisero di aspettare che finisse, ma non si calmò prima di un’ora, e l’alba azzurra stava già sorgendo.
Poche ore dopo Maurice si presentò nella sala mensa, taciturno. Qualcuno glielo chiese, cosa avesse sognato.
«Ho sognato la Terra», disse.

venerdì 21 ottobre 2011

L'edizione di mezzanotte

Credere nel destino è sminuire la bellezza delle coincidenze.
Così pensava Roy all’interno del suo piccolo ufficio dentro il suo piccolo studio di registrazione della sua piccola tv locale, in Nord America. Se avesse creduto nell’esistenza del destino tutto ciò che nel mondo, o meglio, fuori del mondo, stava accadendo gli sarebbe parso come un enorme, distruttivo cinque da un misterioso demiurgo, o una presa per il culo.
Il suo canale privato era andato in fallimento: pochi ascolti, la concorrenza delle multinazionali, forse anche poca intraprendenza, Roy non sapeva ben dire, un tale concorso di cause diverse; fatto sta che la chiusura era imminente, e aveva stabilito un giorno e deciso di chiudere col programma di picco degli ascolti, il telegiornale della notte. Il destino, o meglio le coincidenze, ripeteva a se stesso Roy, avevano fatto sì che quel telegiornale fosse però l’ultimo telegiornale fra tutti.
Dallo spazio un enorme meteorite minacciava la terra. Era stato avvistato da mesi e mesi prima, e le più fantasiose teorie dei film del cinema erano state pensate, alcune tentate, ma tutte erano risultate fallimentari. Il panico generale aveva fatto il suo decorso comune: speranza nei governi, incredulità, negazione, rabbia, delirio, psicosi religiose, fino ad arrivare ad una bieca, grigia rassegnazione. La gente vedeva ormai in alcune ore del giorno un puntino luminoso nel cielo, e lo riconosceva, il meteorite. Nessuno, questa volta, aveva avuto il coraggio di dare un nome alla cosa che avrebbe distrutto la vita sulla terra.
Che il telegiornale della tv di Roy fosse l’ultimo era, per l’appunto, una fortunata coincidenza. Fortunatissima. Nella sua stanza Roy fumava (aveva anche iniziato a fumare, tanto, oramai), e aspettava che il presentatore arrivasse. Era l’ultimo rimasto, insieme ad un giovane cameraman, tra i dipendenti. Gli altri, ovviamente, gli ultimi giorni sulla terra hanno preferito dare di matto, o unirsi alle pazzesche orge collettive, ai furti, alla vita derelitta, o stare con i propri cari; Peter, il presentatore, non poteva.
Arrivò poco prima di mezzanotte, trafelato, chiuso nel giubbottone blu. Il cameraman corse dentro qualche minuto dopo, parlando di quanto fosse grosso e luminoso il meteorite, nel cielo notturno. Tutto fu pronto in poco, pochissimo tempo. Peter si posizionò dietro il bancone, col suo abito migliore, Roy di fianco il cameraman. Peter iniziò parlando di ciò che già tutti conoscevano, e continuò, impeccabile.
Fino all’ultimo servizio senza sbagliare un commento, senza un balbettio, senza un accento sbagliato. Poi, alla Fine, guardando dritto in camera, salutò, con gli occhi che riflettevano lui stesso, e l’umanità intera

«Signori e signore; uomini, donne; è stato tutto bellissimo. Vi ringrazio. Buonanotte.»
Roy gli fece il gesto dell’ok con l’indice e il pollice a cerchio, sorrideva piano. Poi lo schermo si riempì di bande multicolori: verde, blu, rossa, e nera.

venerdì 14 ottobre 2011

14 Ottobre, 1571

La piccola imbarcazione veniva rimbalzata di porto in porto. Qualche giorno prima si era fermata in un villaggio di pescatori della Grecia; nonostante fossero degli ex corsari e infedeli, erano stati gentili e avevano pagato loro tutto ciò che avevano preso, ben poco in realtà: gallette, pesce sotto sale, acqua potabile. Poi si erano diretti verso nord, sul mare, vedendosi sfrecciare di fianco dei galeoni troppo grossi per essere abbordati che battevano bandiere veneziane e asburgiche, pesci grossi, uomini ubriachi e felici che al piccolo equipaggio barbaresco facevano gesti osceni dal ponte di prua. Neanche un piccolo mercantile da depredare, solo grossi galeoni da guerra, bandiere di tre colori di posti lontani, pelli bianchissime, lingue dure e fredde.

Mentre l’equipaggio cominciava a mormorare dubbioso, il capitano Murad Ali non si spiegava questo continuo viavai, questi fuochi sempre accesi sulle coste della penisola italica, canti di gioia e banchetti enormi, neanche un mercantile come si deve per mare. Chiese al nostromo di calcolare la data sul calendario, per sicurezza; il Natale cristiano era ancora lontano. Un giorno approdarono nei pressi del santuario di San Benedetto, e andarono verso l’entroterra alla ricerca di provviste. Murad Ali si fece strada tra i vialetti della città fortificata, fin quando trovò un altro musulmano e lo fermò con una mano. Tahrim, il siriano Tahrim, ci mise un po’ a convincere il suo signore, un marrano dall’aria stupida, di lasciarlo parlare per pochi minuti con lo straniero. Così Murad Ali venne a sapere di ciò che era successo sette giorni prima in Grecia, e si spiegò un sacco di curiosi fatti avvenuti durante l’ultima parte del loro viaggio. Imbarazzato, triste e amareggiato, ringraziò affettuosamente il povero Tahrim, che tanto avrebbe voluto tornare al suo campo in Siria, e si avviò a passo rapido verso la spiaggia. Trovò i suoi compagni che tiravano le pietre a delle anatre e sonnecchiavano sotto l’ultimo tiepido sole dell’anno; li rimise sulla barca, e salparono veloci.
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