mercoledì 30 maggio 2012

Scena

(Una trattoria di Amburgo. Uno stanzone quadrato, col pavimento in legno. Le porte sono chiuse, le finestre sbarrate. I tavoli sono stati addossati sulla parete di fondo e su quelle laterali. Il pavimento è ricoperto di fogli scritti delle più varie grafie. Sullo sfondo c’è una gigantografia di un poeta russo, magrissimo e deperito in quello stesso stanzone; ha una medaglia in mano e pare stanchissimo. Poco più avanti, dentro un cerchio fatto con vari fogli bianchi e attaccati al pavimento alla bene e meglio, un giovane uomo e uno più anziano lottano in un misto di kick-boxe, pugilato e lotta greco romana, ma molto più goffa, tra una strana folla di figuri che tifano argomentando. Tutti indossano delle giacche di tweed con delle toppe ai gomiti. Su un tavolo c’è un computer portatile, acceso. Verso il proscenio, leggermente a sinistra, tre figure parlottano tra loro.)
Scrittore Famoso: Voglio andare a casa.
Scrittore Conosciuto: Ma guarda che non succede niente, è una formalità. Lo facciamo ogni anno, è così, per ridere. Qui non c’è nessuno che guarda. Qui siamo noi stessi.
Scrittore Emergente: Non vedo l’ora di andare nel cerchio, colpire. Con chi credete che capiterò?
Scrittore Conosciuto: Beh, detto tra noi, non credo possa andarti poi così male. Non c’è nessuno di veramente buono. I migliori son morti da poco. (Abbassa lo sguardo.)
Scrittore Famoso: (quasi spaventato, la voce trema) Ma io non voglio combattere, davvero. Ho solo vinto lo Strega, non credo di farci nulla qui.
Scrittore Conosciuto: Eh no, mi dispiace; c’è gente che ci prova da anni solo a vincere lo Strega, e non riesce mai. Ora te ne prendi la responsabilità.
Scrittore Famoso: Ma davvero, voi siete meglio di me, davvero. Lo sapete come funzionano queste cose, le case editrici e le raccomandazioni… Ho due zii che fanno i giornalisti, che conoscevano uno che ha partecipato alla giuria una decina d’anni fa, ora è morto ma… sicuramente ha avuto il suo influsso, dico.
Scrittore Conosciuto: Rilassati. Come dicevo a lui, non c’è nessuno di veramente buono. Li ho letti quasi tutti e te la potresti cavare. Certo, non ho letto né te, né lui (indica Scrittore Emergente). Potreste finire insieme in quel cerchio, ora che ci penso.
Scrittore Emergente: (con cattiveria, lo fissa e non smette di fissarlo) Ti mangerò vivo.
Scrittore Famoso: Ah! Ecco! L’hai sentito? Non fa per me! Io… io… davvero…
Scrittore Conosciuto: Sentito cosa? (sorride, sinistro) Su, insomma. Sarete sportivi e vi divertirete.
Scrittore Famoso: Ho un ghost writer.
Scrittore Conosciuto: Cosa?
Scrittore Famoso: Ha fatto tutto il mio editor.
Scrittore Conosciuto: Basta, insomma, sii uomo.
Scrittore Famoso: Sii uomo, mi dice! Che poi, hai visto poco fa la ragazza mora, bassina? Quella le ha suonate a quasi tutti, uomini e donne. (guarda a terra e parla male, è agitato) Voglio andare a casa. Portami a casa. Andiamo al cinema, che bello il cinema! C’è Vacanze di Natale al cinema!
Scrittore Conosciuto: Hai ragione, la ragazza è forte, e anche per lei è la prima volta qui! Te la puoi cavare, davvero. Per il resto, farò finta di non aver sentito. Sicuro di non aver avuto davvero un ghost writer?
Scrittore Famoso: Beh, io
(Un tonfo li fa voltare tutti. Al centro del cerchio di fogli i due contendenti passano agli insulti verbali e vengono redarguiti da tutto il pubblico, che chiede a una sola voce le botte, solo le botte, le botte, ripetutamente. Scrittore Emergente e Scrittore Conosciuto si voltano a guardare, distraendosi. Scrittore Famoso si avvicina di nascosto al computer, va su Youtube e cerca le scene più divertenti dell’Allenatore nel pallone. Le guarda. Piange.)

lunedì 14 maggio 2012

Le zanzare

Devo avere la testa fatta di metallo: coi primi caldi si espande, si allarga; forse anche i miei ricordi sono di ferro, o di mercurio, perché si dilatano e si fanno sentire. Questo mi succede ogni tanto nelle notti d'estate, quando la calura dei monti granitici sopra il mio paese si espande nell'aria e non mi fa dormire; quand'ero bambino mia nonna diceva che era di notte che le montagne respiravano. Solo qualche giorno fa mi è successo ancora. Erano le tre del mattino e più chiudevo gli occhi più percepivo il mio sforzo nel farlo, così ad un tratto ho deciso di alzarmi e andare a bere qualcosa. Avevo dimenticato di mettere l'acqua nel frigo; non c'è cosa che mi faccia più innervosire dell'acqua calda d'estate, così me la son presa con me stesso e mi son seduto in mutande nella sedia della cucina, in un'assurda punizione ostentata, cercando il punto in cui - e quei giorni dubitavo fortemente della sua esistenza - sarebbe passata l'unica brezza notturna. Come dicevo, la mia testa si allarga, ciò che c'è dentro si allarga e i pensieri e i ricordi si fanno prepotenti. Era tanto tempo, forse per comodità personale, giacchè i rimorsi non sono amici di nessuno, che non pensavo più a Maria.
Maria l'avevo conosciuta all'università, a Roma, un 30 di aprile. Nell'androne della facoltà di lettere il gruppetto del collettivo studentesco gridava parole al megafono, e una ragazza bassina e dai denti bianchissimi e dalla pelle bianchissima, ma appena arrossata dai primi soli primaverili, stava là davanti e capiva poco di ciò che sentiva. Così saltai la lezione di linguistica e le spiegai ciò che il collettivo stava dicendo, poi le spiegai come funzionavano le cose all'università; saltai la lezione di storia e le parlai di Roma, di come guardarla sempre con un occhio diverso, e del cannone del Gianicolo; quando mi sembrava di aver parlato troppo, lei sorrideva e mi chiedeva di continuare. Dovevo essere molto buffo mentre provavo a inserire quelle dieci o venti parole del mio tedesco per renderle il discorso più comprensibile; lei rideva molto, e io mi considerai simpatico. Saltai anche la lezione di letteratura, perché ormai s'era fatto tardi, e l'accompagnai a prendere il diciannove. Mi diede un bacio leggero sulla guancia, un bacio che non mi sarei aspettato e che mi rese euforico, ma soprattutto ebete; lei rise ancora (i denti e la pelle bianchissimi), si aggrappò con la sinistra - lo ricordo bene - al palo del tram e mi saluto con l'altra mano, con una carezza. Avrei preso spesso, spessissimo, nei mesi che seguirono, quel diciannove: con lei e senza di lei, col sole e con la pioggia, sereno o turbato.
Poi, come è consuetudine, i giorni passarono. Non avevo ancora deciso il perché, ma decisi di lasciarla. Ci vedevamo da pochi mesi, ma abbastanza da conoscerci bene e aver finito le cose da dirci, e da ricominciare a dircele da capo, senza l'euforia e la smania di piacere davvero delle prime settimane insieme. La invitai con gentilezza in un locale dall'arredamento rustico vicino casa sua, in cui facevano un ottimo aperitivo andaluso, e non so se lo facciano ancora. Già mentre facevamo quel piccolo tratto di strada a piedi lei si accorse che qualcosa non andava, così le dissi senza mezzi termini di volerla lasciare. Accampai scuse su scuse, la distanza, la Germania, l'università, i corsi e la laurea, ancora la Germania, senza dirle realmente niente. Maria rimase zitta tutto il tempo, guardandomi con la bocca quasi spalancata. Su quel marciapiede poi mi spinse contro il muro, e non so cosa esattamente la fermò dal continuare, dal fare una scenata. Poi mi disse, con una cattiveria che non le credevo possibile (i denti e la pelle, bianchissimi), «L'avevo sempre saputo, dall'inizio, da subito» e lì per lì pensai fosse una di quelle frasi che si dicono in queste situazioni, per la rabbia; ma nelle settimane dopo, riflettendoci, mi preoccupai, e pensai seriamente che forse davvero sapevo da subito che sarebbe finita così, e che davvero fosse palese nei miei gesti e nelle mie parole, e che tutti vedevano questo in me, da sempre. L'archetipo dei miei errori. Andò via senza dirmi una parola. Risalii sul diciannove e tornai verso casa. Quella notte dormii sonni agitati: sognai il Tasso con un lungo bastone che mi ammoniva severamente per il mio comportamento, e mi accusava anche di alcuni crimini che ero pressoché sicuro di non aver commesso, ma soprattutto mi ammoniva per il mio comportamento. Così la mattina dopo la chiamai. E quella dopo ancora. E ancora. Non rispose mai.
Ecco, tutto questo ho pensato, solo perché non avevo messo l'acqua nel frigo, una notte d'estate, qualche notte fa. Così, stizzito, ho preso una cassa d'acqua e ho messo tutte le bottiglie nel frigo, occupando tutti i posti vuoti, schiacciando e comprimendo tutto il resto. Soddisfatto, son tornato a letto, ma le zanzare mi hanno disturbato tutta la notte. Non ho dormito bene.

domenica 1 aprile 2012

Il mio biglietto

Respiro. Apro gli occhi e un’onda salata me li richiude all’istante. Do un paio di bracciate; non ho mai imparato lo stile libero alla perfezione: nell’acqua sono un disordinato, ma galleggio, e ho un sacco di fiato, e così mi basta.
Il fondo è scuro e gelido, mi avvicino alla riva senza quasi fermarmi e la vedo, sull’asciugamano a pois gialli. Ha gli occhiali da sole e un cappello largo, sembra uscita da un vecchio film, di quelli da non guardare mai da solo. Raggiungo la battigia, resto in piedi, il vento autunnale mi fa rabbrividire. Poggia il romanzo che sta leggendo («Dumas, si pronuncia Dumas» non son mai riuscito a dirlo, non come voleva lei) e mi guarda, divertita.
«Nessuno fa il bagno ad ottobre!» sorride, è bellissima. Mi indica un luogo che ora è lontano, lontanissimo «Non vedi? Le foglie già cadono

[questo raccontino è stato pubblicato mesi fa su iBiglietti. Il sito è molto carino, dategli un'occhiata.]

domenica 18 marzo 2012

2:22 AM, Anagnino

Roma di notte, da lontano, con le sue luci;
sembra che Bruci

mercoledì 15 febbraio 2012

Sogno #Å

Stanotte ho fatto un sogno. Mia bisnonna arrivava a Roma; riusciva ancora a camminare, nonostante i 97 anni che aveva quand'è morta, lo scorso gennaio. Andavamo in giro per le strade della città (giallissima, quasi ocra, o d'oro, accecante) con un taxi lunghissimo, nero. Non son mai riuscito a vedere in volto l'autista. Lei non guardava fuori dal finestrino. Per la prima volta poi ha parlato, in un italiano perfetto, con una voce gutturale e nera: mi ha chiesto il significato di tutta quella Bellezza; io non ho saputo rispondere.
Non son più riuscito a dormire, poi.

martedì 24 gennaio 2012

Visione in rosa e nero

E’ il dodici di novembre del ****, e Roma, come al solito, sembra uscita da una delle sue cartoline, il reale dall’arte, l’originale dalla copia, o qualcosa del genere. Sull’autobus un vecchio signore non fa altro che tirarmi la manica della giacca e dirmi cose curiose, come mi ricordi me da vecchio nel passato, e, considerata la mia giovane età, non è esattamente un complimento; così gli sorrido e gli parlo, con affetto e trasporto, del tempo. Sceso in Via del Corso, mi dirigo verso Piazza Colonna: a palazzo Chigi, infatti, si sta svolgendo una riunione del Politicante dimissionario e del suo Sostituto, che qui non nominerò; la gente, fuori, aspetta l’uscita del Politicante per vederlo sconfitto, o per lanciare un ultimo insulto. Una signora sui sessanta e i capelli inequivocabilmente azzurri, di fianco a me, pare parecchio presa dalla grottesca situazione, lancia urla poco intelliggibili e ride con la sua amica e un cane di piccola taglia.
Quand’ecco che qualcosa cambia: da un luogo non definito arriva un urlo più forte degli altri, «Sta per uscire, il pelato! sta per uscire!» (curiosamente, la voce mi è parsa quella del vecchio dell’autobus) e tutti si zittiscono.
Il grande portone di palazzo Chigi si apre.
Esce, saltando, esce Giulio Migliaccio.
Raggiunge un gruppo di ragazzette festanti e firma un pugno di autografi, sorridente come il sole, vestito con i pantaloncini corti e la maglietta a maniche lunghe del Palermo (a novembre, si sa, fa freddo). Poi il Divo torna dentro il palazzo, scartando agilmente dei sorpresi giornalisti, bailando futbol con una pallina matta.

(Non troppo lontano, Totti, a casa sua, piange lacrime amare.)

sabato 29 ottobre 2011

Blue dawn

Un’altra volta, erano stati svegliati nel cuore della notte un’altra volta. Ormai tutti sapevano da dove provenissero quei rumori, e s’erano scambiati qualche sguardo preoccupato, in silenzio, quando si erano ritrovati davanti il solito edificio dalle pareti bianche. Ognuno contava i propri respiri.
Dentro stava Maurice. Aveva sognato ancora. Sognava spesso, quasi ogni notte, e la mattina dopo raccontava tutto nella sala che avevano adibito a mensa comune, per stare meno soli. Raccontava di città meravigliose sulla superficie di Marte, città talmente lontane da esser a un paio di oceani di distanza, e ne conosceva ogni viottolo e ogni angolo, e ne aveva nostalgia, e a vederlo parlare, forse, qualcuno dei presenti ci credeva, che quei posti esistessero sul serio. Narrava di meravigliosi palazzi sulle lune di Giove, e voleva prendere il telescopio e guardarli; ne aveva contato le guglie, e le riconosceva una per una. Si commuoveva poi quando parlava delle strade con delle viste meravigliose tra gli asteroidi, e con trasporto ci parlava dei ponti ancora bellissimi sui fiumi oramai secchi del pianeta rosso. A volte faceva degli incubi orribili, Maurice. Non li raccontava mai, ma la notte urlava, e aveva attacchi di panico, e dovevano andare, accendergli la luce e tranquillizzarlo per un po’. Poi si risdraiava e chiudeva gli occhi, ma in quelle notti non dormiva più.
Quella notte si erano alzati tutti perché non urlava, come al solito. C’era qualcosa di diverso.
Maurice singhiozzava. Disperato. Piangeva e a volte gli mancava il respiro. Entrarono in due, accesero la luce; Maurice stava lì, sdraiato a letto, piangeva fortissimo, ma dormiva ancora. Dormiva e piangeva, e le grosse lacrime che gli bagnavano il viso non lo disturbavano. Decisero di aspettare che finisse, ma non si calmò prima di un’ora, e l’alba azzurra stava già sorgendo.
Poche ore dopo Maurice si presentò nella sala mensa, taciturno. Qualcuno glielo chiese, cosa avesse sognato.
«Ho sognato la Terra», disse.
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